Il nostro Multiblog
Bottoni
Partecipano
Noi, Coccoinomani
Commenti Recenti
Archivio
Link
Categorie
Visite
Disclaimer
Credits


permalink | Leggi i commenti (2)
Categorie del post: Grazie per i vostri commenti (2)(pop-up)
Mi sono avvicinata a questo saggio con molta curiosità. Non ho mai nutrito passione per l’ideologia anarchica, né mi sono mai interessata ad essa dal punto di vista politico.
Ho sempre immaginato gli anarchici come dei sovversivi, dei ribelli, dei personaggi che rifiutavano di ricevere ordini o consigli. Personaggi scarmigliati e dimessi nei costumi, che preferivano vivere in un mondo dominato dal caos.
Dopo aver acquistato questo libro, ed aver cominciato a leggere le prime righe, è come se un pesante velo scuro si fosse sollevato dai miei occhi e mi fosse stato mostrato un mondo nuovo.
Ho dovuto ammettere di essere stata tremendamente avventata nelle mie considerazioni e di aver dimostrato un’eclatante ignoranza in materia.
Man mano che proseguivo nella lettura, mi accorgevo che ogni singolo ideale, ogni singolo principio esposto ricalcava i miei.
Ideali di uguaglianza tra esseri umani, di parità assoluta tra uomini e donne, di abolizione dei ceti sociali. Una società che si regge sul lavoro – in egual misura – di tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, bambini e anziani. E dove ognuno riceve il necessario per il proprio sostentamento. Dove i bambini sono allevati, alle medesime condizioni, da tutta la società. Anche gli orfani. Dove nessuno ha più motivo o necessità di rubare, di uccidere, di ingannare. Dove ognuno è cittadino del mondo intero perché ha interesse che tutto funzioni e che si regga su un solido e sano principio “Lavorare tutti in egual modo per vivere in armonia e libertà”. Nessun governo che disponga in quale modo comportarsi, nessun organo di polizia che faccia rispettare le leggi, nessuna legge.
Il patto deve essere rispettato da tutti, pena l’allontanamento dalla società e la perdita di ogni sostentamento.
Sarebbe davvero un bel vivere. Ma, al termine della lettura, mi sono domandata “Come potrebbe durare, conoscendo l’animo e l’indole umana?” Siamo realisti; nell’essere umano, da sempre, esiste l’ambizione. Credo che, trascorso un periodo iniziale di uguaglianza, alla fine ci sarebbe chi tenta di prevaricare il prossimo per prevalere nelle idee e nei fatti.
I miei pensieri si sono intrecciati con la trama de “La fattoria degli animali” di Orwell. Mi sembra che gli ideali esposti siano simili. Trascorso un primo periodo di uguaglianza tra animali (liberatisi dal giogo umano), alcuni tra loro hanno cominciato a sentirsi superiori, arrivando – alla fine – a comportarsi esattamente come gli uomini. Insomma, sono cambiati gli attori, ma l’oppressione è rimasta la medesima.
A mio avviso, comunque, quello anarchico rimane un ideale condivisibile. Se non fosse estremamente utopistico, si intende.

“Dialoghi sull’anarchia” è un libro che illustra cosa sia l’anarchia e quali siano gli ideali degli anarchici. Il titolo già ci anticipa come sia strutturato il saggio. Al fine di rendere semplici e chiari gli argomenti, questi sono stati esposti nella forma di dialoghi diretti.
Nella prima parte, “Fra contadini”, il contadino Beppe incontra, dopo molto tempo, Giorgio, un giovane che ha abbracciato gli ideali anarchici. Tramite il loro dialogo, Giorgio illustra a Beppe la causa anarchica e risponde alle sue domande, fino a convincerlo ad aderire.
Nella seconda parte, “Al caffè”, Giorgio è invece sottoposto alle più svariate domande da parte di diversi interlocutori. Risponderà alle loro accuse e alle loro perplessità, fino a convincerli che l’anarchia è l’unica cura in grado di risolvere ogni tipo di problema, da quelli sociali a quelli sanitari, riscuotendo l’ammirazione e l’approvazione degli avventori del caffè.
Pur essendo scritto in un linguaggio ottocentesco, il libro è di facile e piacevole lettura e illustra pensieri e valori condivisibili. Senza necessità di convertirsi agli ideali anarchici, ritengo che la lettura di questo saggio sia indispensabile per coloro che, come la sottoscritta, avevano le idee piuttosto confuse sul tema esposto e su coloro che dichiarano di aderirvi.
permalink | Leggi i commenti
Categorie del post: recensioni, libri Grazie per i vostri commenti (pop-up)
Beirut scorre riflessa sulla carrozzeria delle auto in corsa. Scorre frenetica e vitale. Scorre come l’acqua dei pozzi e delle sorgenti a cui si dice debba il nome. Berut. Scorre come dolce latte Laban nel bagliore indimenticabile delle montagne del Libano. Scorre e si infila nel traffico di ogni ora tra neon e lapidi memoriali, nei centri commerciali, nei fori di mitraglia, nelle case poco a poco riempite, desolazione e sfarzo, macerie. Chador colorati e statue di devozione mariana marcano i confini delle confessioni tra i palazzi, sui balconi, nei giardini, nelle nicchie tra un viadotto e i resti di un check-in, interessi e disinteresse, montagne orti e campi profughi. Palazzi lasciati a metà e poco distante locali trendy da ricca capitale dove la notte non finisce mai. Strade dello shopping impero occidente e poco distante le svolte dove non finiscono mai le preghiere. Beirut non è una città che resta indifferente al tuo arrivo. Ti accoglie di prepotenza. Ha voglia di riscatto. Ti squadra e poi ti salta al collo con la gioia di un bambino orgoglioso e ti dice guardami! Guardami! Si infila rapida nei finestrini aperti della auto calde di luce mediterranea, scivola sugli sguardi che la gente si dà superando a destra, a sinistra. Rimbalza su sportelli arrugginiti e cofani ammaccati, su furgoni assemblati con pezzi di auto diverse. Su auto civili e fuoristrada militari. Su piccoli pullmini che non hanno tempo da perdere e sfrecciano come scooter. Si specchia su cofani e sportelli lucidi di nuovi modelli fiammanti Beirut. Cabrio, optional, sedili superlusso. Sobbalza d’aria condizionata e cambi automatici. Rotola tra camicie azzurre di professionisti al lavoro e buste di negozi e confezioni, T-shirt, scarpe italiane di costose marche da esportazione, sandali aperti, sensuali ombelichi scoperti, tacchi alti, bretelline, occhiali da sole e veli griffati. Suona il clacson a ogni accelerata a ogni frenata. Suona sempre il clacson, Beirut. Con una smania di vita, una sete mai placata. Abbagliante di scritte e pubblicità, di maestosi cedri e tornanti in quota, di esperimenti architettonici d’avanguardia e palazzi plasmati dalle guerre, caffetterie, ristoranti, banche e banchi ambulanti con tutto il bendiddio: mandorle, datteri, kebab, falafel, ebbe, pistacchi, hotdog, angurie, meloni, pesce fresco, verdure animali umani e vecchi televisori. È il mondo che chiama a bordo strada. Beirut metropoli e paese. Beirut disordinata e sonora. Beirut esuberante, contraddittoria, sempre calda e sensuale, spietata e sofferente come ogni città piena di storia che per farsi ammirare, bella com’è, s’affaccia alla grande agorà salata del Mediterraneo. Ammira la tua Beirut, che ce n’è più d’una. Ascolta le sue storie a ritmo di darbuka, la sua dabkha di popolo tenace, ballata d’amore e orgoglio alla terra e alle variabili armonie.

Nell’estate del 2006, Sofia abbandona il lavoro e l’Italia per seguire Antoine a Beirut, facendogli una sorpresa con il suo arrivo non annunciato. Antoine è libanese, di professione fotografo. Sofia lo conosce ad una festa in Italia, presso comuni amici e comprende di esserne innamorata. Crede anche di essere ricambiata ma l’atteggiamento dell’uomo, al suo arrivo improvviso a Beirut, è scostante e poco socievole. Improvvisamente scoppia il conflitto tra Hizbollah e Israele e Sonia si trova di fronte ad una scelta: fuggire, sfruttando l’opportunità offertale dall’ambasciata italiana, oppure restare, per conoscere meglio le persone che la stanno ospitando e gli usi di quel posto magico, pieno di riti e di profumi indimenticabili.
Opterà per la prima opportunità, dovendo anche pensare all’incolumità dei suoi nuovi amici e tornerà in Italia. Con il cuore gonfio di dolore soprattutto per il dover abbandonare Khalil, il nipote di Antoine che si è affezionato moltissimo a lei. Un bambino di soli nove anni, ma molto intelligente e colto e con occhi di cerbiatto.
Sarà il più grande rimpianto, per Sofia, il fatto di dover abbandonare Khalil. Per ritornare in Italia senza possedere più alcuna certezza. Conoscerà altre storie umane, altre vite, costrette a scappare da una terra che sembrava il paradiso. Ma che, ormai, è solo una delle tante succursali dell’inferno.
Ho letto questo libro d'un fiato. Il Libano è una di quelle terre di cui si sente tanto parlare nelle cronache di guerra. La descrizione che ne viene data, in questo libro, induce a pensare che fosse una perla, prima del conflitto. E ci fa soffermare su quella che è la guerra, vista da una diversa prospettiva. Quella di chi vive un'esistenza "accomodata".
permalink | Leggi i commenti
Categorie del post: recensioni Grazie per i vostri commenti (pop-up)
Ho scelto questa lettera che ho già pubblicato nel mio blog un paio d'anni fa, ho scelto questa perchè non sarei capace di scriverne un altra con la stessa emozione. L' ho scritta una domenica di febbraio in un impeto di commozione.

Caro Giuseppe,
da tanti anni non ho più notizie di te, ci siamo lasciati quando avevamo 10 anni: tu sei andato ad abitare in un paese non molto lontano e dopo sei mesi anch’io mi sono trasferita con la mia famiglia in un’altra città, a ben 100 km di distanza.
Ricordi che in paese ci chiamavano “i morosini” eravamo nati nello stesso anno, frequentavamo la stessa scuola ed avevamo le stesse abitudini.
Spero che non avrai dimenticato che eravamo inseparabili sia in classe che alla messa serale, e che non avevamo mai avuto un bisticcio o un disaccordo.
Ci eravamo conosciuti fin dai tempi dell’asilo, ti ricordi quando la suora chiedeva cosa volevamo fare da grandi e io rispondevo sempre che volevo fare la mamma e tu che sognavi di diventare un sacerdote? Quanto ha dovuto insistere per convincermi che “fare la mamma” non era una professione!
Appena qualcuno veniva a far visita all’asilo, sempre sorridendo, la suora si divertiva a pormi la stessa domanda, già certa della mia risposta, ed io, sempre più convinta, ripetevo “voglio fare la mamma”! Li vedevo sorridere e non riuscivo proprio a capire cosa ci fosse di strano in questa mia scelta a me sembrava un lavoro normale.
Il mattino mi venivi ad aspettare per andare a scuola, e poi ci incamminavamo facendo di corsa i tanti gradini delle scalette del nostro paesino di montagna, poi anziché prendere la scorciatoia, imboccavamo sempre la strada più lunga, gli altri non hanno mai capito perché, ma noi lo sapevamo…non passava nessuno di lì e dietro l’angolo c’era il nostro sasso, dove ci fermavamo a completare i compiti, che non finivamo mai a casa, e quando pioveva, uno teneva l’ombrello e l’altro scriveva.
Quante sgridate dalla maestra per il disordine e la brutta scrittura! Eppure non si è mai accorta dell’esistenza di questo luogo tanto segreto che ci rendeva complici.
Ora torno al paese una volta all’ anno e passo sempre di li, sebbene il sasso non ci sia più, ricordo esattamente dov’era collocato e non posso fare a meno di pensare a quei momenti…
Chissà se ti sei sposato o se hai fatto il sacerdote come dicevi. Io sono diventata mamma di due ragazzi e credo ancora che questa sia una professione, di quelle che non ti mandano mai in pensione. Ho dovuto aggiungere un lavoro ma solo per necessità economiche e ti assicuro che ne farei volentieri a meno.
A quel tempo, non capivo quanto fosse importante la scuola, i miei genitori avevano tanti problemi e pochi soldi, nemmeno sufficienti per comperare il necessario ai molti figli.
Loro parlavano di obblighi scolastici ed eventualmente una professione lavorativa, e io credevo che per fare la mamma non sarebbe stato necessario studiare...
Ed ora sono qui a scrivere un blog e mi accorgo sempre più di quanto mi manca quello che allora non ho voluto imparare…..
Un caro saluto ed un abbraccio, Lucia
permalink | Leggi i commenti (2)
Categorie del post: ricordi, infanzia Grazie per i vostri commenti (2)(pop-up)
Se ne parlava da giorni ovunque e ad essere elettrizzati non eravamo soltanto noi ragazzi, ma pure gli adulti sembravano esser tornati alla fase della spensieratezza. Anche per loro sarebbe stata la prima volta e di colpo, senza esserne consapevoli, le barriere generazionali parevano dissolte, come liquefatte da quelle calde giornate estive.
La frenesia riempiva l’aria e non di rado, nelle sere di luna piena, mi ritrovavo col naso all’insù stregato io, come tanti, credo tutti, dall’evento di cui saremmo stati spettatori e, me ne rendo conto dopo quarant’anni, anche preziosi testimoni. Detentori di un primato epocale, baciati dalla buona sorte di essere chiamati in seguito a raccontare. Un privilegio unico.
Stavamo vivendo la storia con la soave leggerezza che l’età permetteva. E tutto aveva nuove sembianze.
Quella prima no stop televisiva, per esempio, che le immagini lattiginose di quello struggente bianco e nero rimandano con un tuffo al cuore, costituiva la novità assoluta. Significava poter stare davanti alla televisione senza sentir rimbrotti, rivoluzionando l’orario canonico della tv dei ragazzi e di Carosello, debordando in zone altrimenti “proibite“. Si poteva (e doveva) restare davanti allo schermo che nelle ore successive avrebbe regalato visioni indimenticabili.
Gli studi Rai attrezzati con il meglio che l’epoca garantiva, la magia dei collegamenti, le voci dallo spazio e dalla gigantesca struttura della Nasa, con più monitor che uomini. L’inglese tradotto in simultanea (che tenerezza quelle cabine che l’ottima puntata, ier l’altro di “Blob”, ha rivelato). Tito Stagno: il simbolo delle missioni spaziali. Ruggero Orlando: la voce amica. Apollo 11: la parola magica e onnipresente.
La lunghissima giornata televisiva non poteva però restare circoscritta agli studi Rai e così allestirono un programma propedeutico con documentari e film di genere. Giulio Verne, lo scrittore profetico, un regalo per bambini e ragazzi.
Ci nutrimmo di televisione, soffocando l’impazienza che ci stava pervadendo e contrastando l’ansia e l’eccitazione che stavano emulsionandosi. I minuti che separavano dal primo miracolo (e riproposti domenica sera) sono stati ancora in grado di emozionarmi. Ma l’allunaggio non fu certo sufficiente a placare l’insofferenza, anche se la visione innaturale di un veicolo spaziale, appoggiato sulla superficie del satellite, concretizzava molte fantasie.
È il secondo miracolo che si attendeva, perciò andai a letto a malincuore, ma necessariamente, dopo aver ottenuto la promessa (che era pure una garanzia) di essere svegliato quando stava per realizzarsi quel secondo miracolo.
Fu mia madre a scuotermi dal sopore, come solo le madri sanno fare, in un’ora assolutamente insolita per me. Balzai giù dal letto e in cucina ritrovai la televisione accesa e tutti svegli, come se in quella casa – come in tutte le case del mondo – non ci fosse stato spazio per il sonno, quella notte. E ciò che sarebbe stato un sogno ad occhi aperti, stava per diventare realtà.
permalink | Leggi i commenti (2)
Categorie del post: ricorrenze, eventi, emozioni, come eravamo, celebrazioni, tv Grazie per i vostri commenti (2)(pop-up)
permalink | Leggi i commenti (1)
Categorie del post: racconto Grazie per i vostri commenti (1)(pop-up)
si tratta di un racconto lungo di cui posto solamente le prime righe e che chi vuole leggere puà trovare a puntate sul mio blog
Quel grosso uccello nero, morto, in una pozzanghera di fango in mezzo alla strada era un urubù, della famiglia degli avvoltoi, solo un po’ più piccolo.
Sebastiano lo guardò di sfuggita mentre camminava lento, trascinando i piedi nelle ciabatte larghe. Aveva un paio di bermuda verdi e una canottiera gialla che gli scendeva continuamente da una spalla. Quello che si vedeva di lui erano le spalle e il torace magro, del colore del cioccolato chiaro, con una sfumatura di bruciato.
La sua larga faccia da indio aveva dodici anni ma i suoi piedi almeno dieci in più. Quei piedi sporchi con la pianta callosa, chiara e spessa avevano fatto più volte il circuito obbligato che erano le strade del centro di Rio Branco, alla ricerca delle lattine di alluminio – birra, coca cola - che, dopo essere state raccolte una ad una, valgono alcuni centesimi al chilo. Si trovano nei cestini o direttamente buttate sui marciapiedi di bar, ristoranti e pizzerie di quei quartieri del centro dove Sebastiano aveva a poco a poco imparato ad orientarsi. IL RESTO SI TROVA QUI
permalink | Leggi i commenti (1)
Categorie del post: racconto Grazie per i vostri commenti (1)(pop-up)